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Perché un manuale di fonetica italiana per il Belcanto?


Prefazione del “Manuale di fonetica e dizione Italiana per il Belcanto” in corso di elaborazione, di Ubaldo Fabbri

Fin da bambino non riuscivo a capire perché alcuni cantanti lirici non riescono a rendere comprensibili le parole che cantano, a essere intelligibili, quando invece quelli di musica leggera ci riescono tutti così bene.
Mi fu spiegato che il canto lirico usa una tecnica raffinatissima per sviluppare una potenza sonora altrimenti impossibile e che a questo scopo la dizione esatta non è congeniale; oppure che in zona acuti è impossibile pronunciare correttamente.

Queste affermazioni non mi convincevano del tutto. Pensavo (forse non così lucidamente): se la tecnica vocale del canto lirico fosse davvero così raffinata non permetterebbe che si perdano elementi così essenziali e imprescindibili per il teatro come la parola, il testo poetico, e di conseguenza l’intreccio drammaturgico. Ed ho sempre pensato (con conferme dirette sempre più frequenti) che chi non riesce ad amare il teatro lirico quasi sempre è una persona che, pur volenterosa, non riesce a capire nulla di quello che succede in scena ma è costretta ad ascoltare solo “urla”. A meno che non si prepari prima. A meno che non sia esperta…

Poi sono diventato un accompagnatore al pianoforte e ho cominciato, piano piano, ad addentrarmi nelle problematiche della musica e del teatro lirico:  la tecnica vocale (un argomento già da solo immenso, che ha sinapsi con ogni branca del sapere), il repertorio di ogni tipologia vocale, le tradizioni, gli antichi trattati di canto, la drammaturgia, la prassi esecutiva delle varie epoche, i documenti sonori delle voci storiche e non, la scenografia, l’aspetto organizzativo e di produzione del teatro, il mercato delle voci, ecc.; cercando nel contempo, per mezzo dell’accompagnamento dei vocalizzi, di raffinare le capacità uditive e introspettive del mio “orecchio”.

Più mi addentravo in quel mondo che mi sembrava ogni giorno più affascinante e profondamente intriso di tutta la cultura occidentale, al punto che ora oso definirlo come la più alta, vasta e profonda sintesi culturale dell’occidente delle ultime migliaia d’anni, e più mi sembrava che questo vero e proprio patrimonio dell’umanità non venisse tutelato abbastanza nella sua integrità, perché quell’elemento dell’intelligibilità, percepito come essenziale anche da tutti i trattati da me consultati, non era salvaguardato, nella stragrande maggioranza dei casi, nel corso della formazione di un cantante.

Forse la sempre maggiore fretta nel terminare lo studio, forse l’accentrarsi solo sulla bellezza del suono o, forse, la più prosaica trascuratezza, potrebbero essere la causa di questo decadimento. Comunque, un fatto certo che mi ha confortato anche nei periodi in cui avevo dei dubbi sulla importanza dell’intelligibilità, è che i grandi cantanti divenuti celebri, dico celebri, al grande pubblico, anche quello non colto, guarda caso sono coloro che hanno anche una dizione impeccabile o quasi; dizione, peraltro, intrinsecamente connessa allo loro tecnica vocale.

Vedi Luciano Pavarotti e Maria Callas, tanto per fare solo due nomi.

Ora il caso volle che avessi modo di insegnare a cantanti  stranieri ed anche a docenti stranieri che insegnano il repertorio italiano e mi accorsi subito che nella maggioranza dei casi la loro dizione era quantomeno imbarazzante; chi ricorda il doppiaggio magistrale che il grande Alberto Sordi fece dei due comici americani Ollio e Stanlio sa a cosa mi riferisco. Però anche coloro che avevano una pronuncia improponibile avevano più nozioni di dizione di un italiano. Non dico di un qualsiasi studente italiano, che è scusabile se non sa dare nessuna ragione a scelte, giuste o sbagliate che siano, di dizione, ma anche di un qualsiasi insegnante di canto o spartitista, me compreso, che non è raro abbiano una confusione imperdonabile in proposito.

Dunque era necessario un approfondimento della dizione. Ma consultando i pochi libri sull’argomento mi accorsi subito che non davano una risposta esauriente all’intelligibilità del canto ed erano impostati sulla dizione della parola e non della frase. E predominava il punto di vista o della grammatica o della bella pronuncia degli accenti fonici (per intenderci, delle vocali aperte o chiuse). Quest’ultima è certamente una cosa indispensabile ma, se non c’è intelligibilità, pronunciare correttamente le vocali è perfettamente inutile. E confrontando fra loro quei trattati di dizione si aveva l’impressione di una materia molto confusa che generava scoraggiamento a chiunque avesse voluto approfondirla.

E’ così che ho cominciato a studiare la dizione partendo dalla fonetica e, mattoncino su mattoncino, mi sono ricostruito il mio trattatello di pronuncia avendo come faro l’intelligibilità del canto e come punti di approdo il legato, il fraseggio e l’espressività; in una parola, il Belcanto. Così facendo mi sono accorto subito - soprattutto praticamente, con la verifica diretta sul campo e cioè insegnando a cantanti stranieri e italiani - che ogni principio di fonetica italiana ha una corrispondenza diretta con la tecnica vocale del Belcanto elaborata nel corso di non so quanti secoli in Italia.

Forse le sue radici affondano nel canto Gregoriano e, più indietro, nei canti del tempio di Gerusalemme, nelle sibille greche, forse in Egitto, Babilonia, nel Tibet dei Veda, forse al primo sacerdote o mago o sciamano comparso sulla terra.

Fatto sta che questa tecnica ha delle somiglianze molto profonde con le pratiche vocali dei bonzi tibetani non solamente per quanto concerne le risonanze ma anche per quel che riguarda le capacità introspettive e di concentrazione. E forse ogni capopopolo, condottiero, leader carismatico, venditore e persuasore di ogni tempo conosceva e conosce, coscientemente o incoscientemente, le proprietà “terapeutiche” delle risonanze.

Ora quello che a me sembra importante nel corso dell’educazione della voce è che, parallelamente allo studio delle vocali, che devono mantenere costante il punto di articolazione e non devono cambiare la loro natura, in quanto a pronuncia, anche nella zona acuta, e che sono il punto di partenza e d’arrivo delle risonanze, lo studente di canto si deve da subito rendere cosciente dell’importanza che riveste la pronuncia esatta delle consonanti italiane per il legato, l’intelligibilità e anche le risonanze; tutti principi cardine, questi, del Belcanto.

A quest’ultimo scopo ho elaborato un’enunciazione di alcuni principi di fonetica e dizione diversa da tutti i trattati di dizione, non per generare ulteriore confusione, ma per rendere molto semplice una materia altrimenti incomprensibile ai più, nella convinzione che un principio sia praticabile solo quando è esposto semplicemente.

E’ stato molto bello scoprire che questi principi, in pochissimo tempo, qualche volta immediatamente, risolvevano problemi protrattisi per lungo tempo senza via d’uscita, destando unanime entusiasmo e meraviglia.

Stupore, gioia, meraviglia, entusiasmo, continuano ogni volta ad assalirmi quando scopro nuove connessioni tra un principio di fonetica o di dizione italiana e la tecnica vocale del Belcanto.

E ogni volta mi sembra più giusta e pregnante l’affermazione del grande sopranista e didatta Pacchierotti: “La nostra lingua è cosi melodiosa che quando è pronunciata esattamente, è quasi cantata”.

Ma la vertigine della scoperta mi sorprende quando mi rendo conto che la soluzione di un passo di Mozart, Verdi, Puccini ecc. sta proprio nel capire come si pronunciano esattamente le sillabe (consonanti più vocali) che loro stessi hanno scritto, rendendo così evidente la loro genialità anche nella dizione; e quanto, nel momento delle loro creazioni, parola, melodia e tecnica vocale fossero abbagliantemente inscindibili in funzione dell’espressione.



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